Di “La La Land” e del diritto di emozionarsi ancora [aspettando la notte degli Oscar]

Dopo una serie di delusioni cinematografiche, film per adolescenti o fantasy per bambini che mi chiedo ancora cosa mi è saltato in mente, un tranquillo lunedì di febbraio ho deciso di andare al cinema per vedere La La Land.

Le aspettative non erano altissime, anche perché il trailer non rende giustizia a questo film. Poi, inevitabilmente, quando vedi che un film riceve tante nomination all’Oscar pensi di non avere gli strumenti dei critici di Hollywood per ‘digerirlo’ a dovere, non la cultura cinematografica, né la conoscenza sufficiente in materia di musical anni ’50.

Quindi andiamo al cinema senza aspettarci niente di che, se non un film che andava visto, un po’ come Hugo Cabret: il più grande esempio di autoerotismo cinematografico mai visto.

Non sono mai stata così contenta di sbagliarmi. Non mi capitava da anni, esattamente da 20 anni, di provare un’emozione così familiare. Non che in questi anni abbia vissuto in una campana di vetro. Col tempo alcune emozioni sono diventate più forti, alcune spiazzanti. Ma questa, in particolare non la provavo da tempo.

Tutto è racchiuso in quei 7.39 minuti dell’epilogo del film, un tema musicale che danza dall’inizio alla fine della trama. Ora, non so spiegarlo, davvero. Quel pianoforte sul quale il giovane compositore Justin Hurwitz fa danzare la storia di Sebastian e Mia è lo stesso, esattamente lo stesso, che raccontava le vite mai vissute di Teddy Goodman TD Lemon Novecento nel film di Tornatore, è il tango geloso di Roxanne in Moulin Rouge, o il valzer tra Madonna e Antonio Banderas in Evita. Può sembrare un minestrone poco sapiente di musical anni ’90.

Ma il filo conduttore è quella emozione, sconvolgente e allo stesso tempo delicata, della vita che si racconta in musica, che va fuori dal pentagramma programmato e necessario della routine, che ti strappa via l’anima dal pensiero del domani. Esiste l’oggi e il sempre. Sono possibili tutte le vite che non abbiamo vissuto. L’alba dei sentimenti in cui tutto è più intenso e ciò che ci circonda non conta. Perché è più importante quell’universo di senso che abbiamo dentro, sano egocentrismo, di mondi che girano e girano intorno alla nostra anima.

Ok, frena, è solo un musical. Però è riuscito ad evocare così tanto che meritava una pausa da ciò che è utile o necessario.

E oggi questa musica ha un senso nuovo, perché nascerà presto la persona alla quale potrò, spero, trasmettere, quella che è in fondo infinita gratitudine per la vita, tra le note di un pianoforte.

In bocca al lupo per la notte degli Oscar!

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Copywriter, missed storyteller, almost…

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